IL DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO ( II PARTE )

In questo articolo sono approfonditi alcuni aspetti relativi al sintomo ossessivo e agli stili di attaccamento della persona con DOC, importanti per un migliore inquadramento del disturbo.

Secondo Beech (1974) e altri, l’esordio della sindrome ossessiva compulsiva è correlato ad una emozione intensa nel campo dei rapporti interpersonali, e questo vale anche per l’attivazione delle singole crisi. L’inizio è generato da una emozione (ansia, rabbia o depressione) che si attiva in una situazione interpersonale. Il soggetto sperimenta un’emozione senza però riuscire a collocarla in relazione a nessun evento interpersonale in grado di giustificarla.

Matteo Selvini e Renato Sidoti, in seguito al alcune ricerche da loro effettuate, hanno dedotto che nella maggioranza dei casi, ma non in tutti, i sintomi ossessivi nascono come una sorta di barriera per tenere a distanza un genitore o entrambi i genitori che tendono ad ipercoinvolgersi con il figlio. Nelle famiglie ossessive, caratterizzate dall’indifferenziazione dei membri, il sintomo rappresenta sia l’impossibilità di differenziarsi, sia la difesa di quei valori tramandati a livello trigenerazionale (mito) che mantengono omeostaticamente la condizione di indifferenziazione. Il sintomo coinvolge quindi l’intera famiglia. Secondo una prospettiva relazionale il sintomo ossessivo nasce da una trasgressione alle regole morali apprese in famiglia e prevalentemente da una trasgressione ad un mito familiare interiorizzato. Per mito intendiamo l’insieme delle credenze e delle regole implicite condivise da tutto il sistema familiare. Siccome la trasgressione non è tra individuo e individuo ma tra sistema familiare indifferenziato e mito familiare, non esiste la possibilità di “assoluzione”, cioè la capacità di confrontarsi e di accettarsi reciprocamente. Una caratteristica della famiglia ossessiva è infatti l’incapacità di perdonarsi. La sintomatologia ossessiva si tramanda, si apprende e si interiorizza all’interno di una complessa rete di relazioni intergenerazionali e si sviluppa all’interno del bisogno-dovere di lealtà e fedeltà da una parte, e il vissuto di tradimento e di colpa dall’altro, come prezzo della trasgressione.

Secondo McKinnon e Michels (1971) l’individuo con ossessioni è continuamente coinvolto in un conflitto tra obbedienza e sfida. È come se si chiedesse continuamente “devo essere buono o posso essere cattivo?”questo porta ad una alternanza continua di rabbia e paura, paura di essere afferrato dalla cattiveria e punito per essa, rabbia per dover rinunciare ai suoi desideri e sottomettersi all’autorità. La paura che poggia sulla sfida porta all’obbedienza, mentre la rabbia derivante dall’obbedienza riporta alla sfida.

Sheimberg (1985) sostiene che il sintomo ossessivo derivi da una rigida coalizione transgenerazionale con un genitore , coalizione organizzata attorno alla convinzione che il rapporto per non essere a rischio deve escludere l’altro genitore ( riprendendo la teoria di Haley sul triangolo perverso). Per mantenere tale posizione privilegiata il paziente pensa che deve mantenere un certo modo di essere (ad es. essere buona, mostrare sempre forza) richiesto implicitamente dal genitore con cui si è coalizzato. In questo senso il sintomo ossessivo diventa l’oscillazione metaforica tra il desiderio nascosto di porre fine alla coalizione e la paura di porre fine.

Nell’analizzare un disturbo psicologico e psichiatrico è fondamentale prendere in considerazione gli stili di attaccamento che le persone sviluppano. Per comprendere ciò, facciamo riferimento alla teoria proposta da Bowbly. La teoria dell’attaccamento di Bowlby (1972) ha sottolineato l’importanza delle precoci esperienze di attaccamento e perdita nelle relazioni umane. I vari tipi di attaccamento svolgono una funzione determinante nello sviluppo dei legami affettivi di una persona. La persona con DOC sperimenta nella relazione di attaccamento da un lato il divieto di provare emozioni, soprattutto quelle legate a rapporti interpersonali, dall’altro che l’amore si conquista attraverso determinate prestazioni: più si agisce con precisione, più si è amati. La persona ossessiva ha sperimentato uno stile di attaccamento insicuro – ambivalente ( Bowlby, 1989 ). I tratti che maggiormente caratterizzano questo stile di attaccamento sono: l’insicurezza nell’esplorazione del mondo, la convinzione di non essere amabile, l’incapacità di sopportare distacchi prolungati, l’ ansia di abbandono, la sfiducia nelle proprie capacità e la fiducia nelle capacità degli altri, un sé negativo e inaffidabile (a causa della sfiducia verso di lui che attribuisce alla figura di attaccamento), l’ Altro positivo e affidabile. L’emozione predominante è la colpa. L’accesso alla figura di attaccamento è difficile, incerto; la figura di attaccamento è considerata capace di vicinanza e protezione, ma questo non sembra accadere e a volte essa è lontana e inarrivabile. Caratteristica della figura d’attaccamento è la sua imprevedibilità. Per diminuire tale aleatorietà il bambino tenderà ad attribuire a sé il merito o la colpa della vicinanza o della lontananza, come se si dicesse: “dipende tutto da me!”

E’ per questo che l’amabilità acquista un ruolo di fondamentale importanza nell’attaccamento. Egli costruisce quindi la propria amabilità su qualcosa che non siano caratteristiche del rapporto.  Generalmente usa due strade:

  • Tenta di essere perfetto in aree ben delimitate, come se dicesse a se stesso: “sono amabile in quanto sono bravo”, la sua amabilità si fonda su prestazioni individuali.
  • L’altra strada è dirsi: “se non so cosa fare, posso almeno cercare di sapere cosa non fare”, spesso riferito ad idea di danneggiamento e di far male all’altro. In questo modo l’amabilità viene valutata nell’essere bravo a non far male agli altri.

Essere bravo e non far male agli altri diventano i due parametri  fondamentali di valutazione della propria amabilità in assenza della capacità di discriminare “ciò che fa piacere all’altro nel mio modo di trattarlo”, in quanto la persona ossessiva fa difficoltà in questo. I rituali hanno la funzione di cercare una certezza impossibile sul fatto di essere bravi e di non danneggiare gli altri, essendo quindi amabili, ma in realtà finiscono soltanto per dimostrare che si è “incapaci di controllarsi”.

Selvini e Sorrentino (2004) ipotizzano,  in seguito ad alcune ricerche, due matrici di attaccamento opposte: quelle classicamente evitanti e quelle ambivalente attive di persone dipendenti che riescono a riorganizzarsi su difese perfezionistiche e sacrificali. La persona ossessiva imparerà a fare sempre meglio per evitare le critiche e svilupperà verso se stesso autocontrollo e trascuratezza, mentre verso gli altri svilupperà sottomissione e sarà controllante e critico. Secondo Selvini e Sorrentino (2004), per evitare le critiche queste persone hanno dovuto rinunciare ai loro desideri, risolvendo l’ambivalenza tra ostilità nei confronti degli altri e timore della loro disapprovazione, con il controllarsi moltissimo (Bowlby J.,1989).

 

Il prossimo ed ultimo articolo sul tema del disturbo ossessivo compulsivo analizzerà le caratteristiche della personalità ossessiva e le caratteristiche della famiglia in cui è presente un membro con DOC.

Dott.ssa Valeria Lucesoli

Psicologa Ancona specializzata in Psicoterapia ad orientamento sistemico relazionale - Dott.ssa Valeria Lucesoli.