“Dov’è andato nonno?” Cosa pensano i bambini della morte?

“Dov’è andato nonno? Perché non torna più? Sta in cielo? Ma è un angelo adesso?” I bambini pongono spesso ai genitori domande che riguardano la morte, quesiti a cui non sempre si sa rispondere.

Il bambino è  curioso rispetto al mondo che lo circonda ed è naturale che senta il bisogno di sapere e di capire di più, ponendo domande anche sui temi più complessi e misteriosi come la morte.
Le occasioni che possono stimolare la curiosità dei più piccoli sono molteplici: la televisione costantemente parla di morte, di incidenti, di terremoti, di omicidi, i bambini osservano immagini, e spesso si trovano a dover capire perché “il gattino non c’è più in casa”….; quindi il bambino “sa” che esiste la morte, ed è sano e normale che senta la curiosità di saperne di più e di parlarne.

È facile che siano gli adulti a sentirsi in imbarazzo e in difficoltà di fronte a certe domande, e spesso i figli, percependo il disagio e la tensione dei genitori, sentono che è meglio non fare più domande, con la conseguente tendenza a chiudersi. Se i bambini avvertono invece un clima tranquillo, si sentiranno incentivati nel loro processo di scoperta e di consapevolezza.

I bambini hanno concezioni diverse della morte a seconda dell’esperienza personale, dell’età e del loro grado di sviluppo cognitivo ed emotivo.  Il compito di noi adulti è quello di accogliere le domande che ci vengono fatte, ascoltarle attentamente e cercare una risposta che sia il più adeguata possibile. I genitori possono tranquillamente ammettere che non hanno una risposta, perché non importa che il bambino sviluppi un concetto realistico della morte troppo precocemente, quello che è importante per un figlio è sentire che i genitori prestano una reale attenzione e un sincero interesse alle sue domande.

Non esiste quindi “l’età giusta” per parlare ai bambini della morte, perché “ l’età migliore” è quella in cui nostro figlio pone di propria iniziativa delle domande. La risposta non può non arrivare. Il non rispondere crea nei piccoli fantasie errate e l’idea “che non si può parlare di certe cose”, la morte può essere vissuta come un tabù, così come tutte le emozioni che l’accompagnano.

La risposta che l’adulto fornisce sarà diversa, ovviamente, a seconda  dell’età, della maturità effettiva raggiunta dal bambino indipendentemente dall’età cronologica, della sua sensibilità, del livello di serenità presente nella sua vita.
Non è quindi ipotizzabile una risposta unica che vada bene per tutti, ma è bene adattare le risposte alle reali possibilità del bambino.

In età prescolare il bambino comincia a confrontarsi in modo concreto con la morte, ne parla spesso con un distacco emotivo tale che non si riesce bene a comprendere, eppure è del tutto normale che sia così perché il bisogno di capire il mondo fino all’ età di sei anni circa, è ancora fortemente legato all’osservazione, il pensiero è ancora orientato alla percezione concreta, all’oggetto o al fatto contingente. Il bambino vede le cose dal suo unico punto di vista, pensa in modo egocentrico  in quanto non riesce ad immaginare che la realtà possa presentarsi in modo diverso da come lui la percepisce. I bambini in questa fase associano la morte all’incapacità di muoversi, la considerano una cosa temporanea, la morte è vissuta come una separazione temporanea.  Spesso i bambini chiedono: “quando si sveglia nonno?”, convinti che non esista il sonno eterno, ma che presto il “nonno tornerà a giocare!” A mio parere non è bene incentivare questa illusione, credo sia più corretto e leale dire che “nonno non tornerà a giocare, ma che ti guarderà dal cielo mentre giochi!”.

I bambini di questa età possono pronunciare frasi del tipo “vorrei che fossi morto!”, creando inquietudine e dolore nei genitori, ma questi bambini non desiderano altro che un’assenza momentanea, dettata da emozioni del momento.

I sentimenti di tristezza e dolore che i bambini manifestano quando una persona cara non c’è più, non sono quindi legati alla consapevolezza reale della morte, ma all’idea di separazione e al senso di abbandono che avvertono, è di questa sensazione che hanno paura, non della morte.

In età scolare il pensiero del bambino è ancora molto legato al pensiero concreto, ma il bambino riesce a compiere operazioni cognitive sempre più articolate. Gradualmente i bambini capiscono che c’è un nesso tra vecchiaia e morte e che la malattia può condurre alla morte. Già a setto-otto anni i bambini sono consapevoli che la morte è inevitabile e che se “nonno è morto non può più tornare”. Tentano di  immaginarsi la morte, personificandola e associandola ad oggetti o ad un abisso da dove non si torna più.

Verso i nove anni i bambini sviluppano una concezione realistica della portata e della definitività della morte, ne comprendono le possibili cause (incidenti stradali, malattie…) e lentamente associano alla morte la cessazione delle funzioni vitali. Verso i dieci anni il pensiero diviene ipotetico-deduttivo, ciò significa che il bambino riesce a compiere operazioni logiche su premesse puramente ipotetiche ed è in grado  di ricavarne conseguenze appropriate; è ipotetico nel senso che, una volta individuati i fattori potenziali coinvolti in un fenomeno, li varia in modo sistematico per verificare quali causino quel fenomeno. Il bambino ha oramai un concetto di morte uguale a quello degli adulti.

Parlare di morte attiva in ognuno di noi emozioni, ricordi e pensieri personali, derivanti dalle proprie storie, e spesso i timori, le ansie di noi adulti, il nostro “non dire”, si riflettono pesantemente sui bambini. È facile sentire il desiderio di proteggere i figli da cose dolorose come la morte, ma non dobbiamo dimenticare che i bambini hanno il diritto di dover conoscere la realtà, con risposte adeguate ma realistiche.

Dott.ssa Valeria Lucesoli

Psicologa Ancona specializzata in Psicoterapia ad orientamento sistemico relazionale - Dott.ssa Valeria Lucesoli.