L’OBESITA’ IN ETA’ PEDIATRICA: IL CIBO E LE EMOZIONI

Ad oggi l’obesità infantile è considerato uno dei problemi più importanti in età pediatrica e suscita sempre maggiore preoccupazione da parte degli esperti.

L’obesità è definita e descritta su base anatomica e morfologica come un eccesso di peso corporeo dovuto ad un eccesso di massa grassa (Bosello, Cuzzolaro, 2006); eppure è oramai evidente come aspetti psicologici e ambientali siano fondamentali nello sviluppo di tale patologia, soprattutto durante i primi anni di vita. Gli specialisti sono ormai d’accordo nel parlare dell’obesità infantile come di una “malattia”sociale oltre che clinica e di come sia fondamentale un intervento multidisciplinare nella prevenzione e nella cura.

Le cause che portano all’obesità in età pediatrica sono molteplici: una cattiva alimentazione, scarsa attività fisica, cause fisiologiche, ambientali, familiari e psicologiche.

Il cibo e l’alimentazione svolgono un ruolo fondamentale nella vita relazionale delle persone sin dai primi attimi di vita, dove per lo più la relazione con il neonato avviene tramite l’assunzione di nutrimento. Allattare un bambino è un atto di grande importanza che trova ripercussioni nel suo sviluppo emotivo e relazionale; la mamma, o chi accudisce il piccolo, ha un ruolo privilegiato nella relazione di nutrimento e assieme al cibo trasmette al neonato l’affetto. Gli umori, la dolcezza e la calma piuttosto che l’ansia e la velocità nell’alimentare i propri figli sono alla base di una buona relazione e di un buon rapporto con il cibo anche in futuro.

Bruch (1973, 1997) realizzò una delle prime teorie legate all’obesità infantile ipotizzando una difficoltà da parte delle figure di accudimento nel riconoscere i segnali emessi dal proprio bambino. Spesso è difficile riconoscere nel bambino i segnali di sofferenza, di fame, di stanchezza,… perchè vengono espressi tutti con il “pianto”, quale fonte principale dei piccoli per esprimere le proprie sensazioni e le proprie emozioni. Succede che una errata decodifica del pianto associata all’ansia dell’adulto di non riuscire a capire, sia causa di risposte inadeguate: spesso si da la tetta o altro cibo per placare il pianto confuso dei piccoli, così da placare le ansie di noi adulti: “il bambino non piange più e anche io mi sento sollevata!” Così facendo, secondo la Bruch, il bambino impara a fraintendere le proprie sensazioni e ad abusare dell’atto alimentare per far fronte alle sue tensioni emotive e per relazionarsi con l’altro; il bambino apprende che si può rispondere e affrontare le future esperienze di disagio con il cibo.

Può succedere che la figura di riferimento emotivo per il bambino decodifichi subito gli stati interni, mentali, fisici e psicologici concludendo: “mangia perché hai fame…. copriti che hai freddo…”, impedendo così al bambino di esplorare, riconoscere ed esprimere le proprie sensazioni ed emozioni. Nel bambino obeso vi è un’incapacità di riconoscere i segnali biologici di fame/sazietà e una tendenza ad interpretare i segnali emozionali come sensazione di fame e bisogno di mangiare. Spesso il cibo viene offerto come surrogato dell’affetto e questo fa si che il bambino, una volta adulto, quando si sentirà triste si consolerà mangiando. Da ciò possiamo dedurre, seppur in maniera lineare e semplicistica, che la relazione con il cibo può essere influenzata dall’umore e che a volte non si mangia per una reale necessità di fame, ma per concedersi una gratificazione, come spesso accade ad esempio in seguito ad un evento stressante ( positivo o negativo).Questo atteggiamento è molto frequente e non deve essere considerato preoccupante. È facile che dopo un evento doloroso o particolarmente stressante, si mangi di più o ci “si chiuda lo stomaco”, possiamo considerare queste reazioni normali in seguito a particolari eventi; il problema diventa reale quando il meccanismo di compensazione diviene una modalità rigida portando ad assumere cibo ogni volta che non si vuole soffrire o sentire emozioni. Con il tempo la difficoltà nel relazionarsi con le emozioni spiacevoli porta ad usare il cibo come un “antidolorifico” impedendo di sentire le emozioni e confrontarsi realmente con esse così da trovare la strada per risolvere le difficoltà. Mangiare per non “sentire” ciò che abbiamo dentro ci porta ad assumere continuamente peso.

In un ottica sistemico relazionale dobbiamo valutare la sintomatologia all’interno di un quadro di complessità pensando al sintomo come a ciò che serve al funzionamento delle relazioni del sistema. La famiglia del bambino obeso è di solito invischiata e iperprotettiva, c’è confusione di ruoli e sono spesso presenti intrusioni negli spazi fisici ed emotivi personali, riducendo così gli ambiti autonomi e privati di ciascun membro. Potremmo intendere l’aumento sproporzionato di peso come la metafora del voler occupare maggiore spazio fisico delimitando un’ area di controllo e di non intrusione. Un’ eccessiva protezione verso il bambino e un rapporto simbiotico con i genitori, non permetterà al piccolo di trovare un proprio spazio emotivo sufficiente per poter diventare psicologicamente maturo. I sistemi di regole sono molto rigidi così che la continua ricerca di cibo e l’aumento di peso diventano una forma di protesta inconscia al sistema, per rivendicare la propria autonomia e i propri spazi di controllo.

La comunicazione è spesso paradossale e associa il cibo ad aspetti emotivi: quante volte sentiamo o diciamo “mangia se vuoi bene a mamma….fai un altro boccone per papà che è contento…” , il bambino percepisce che il suo mangiare è funzionale alla felicità di altri, e come può un bimbo non volere la felicità dei propri genitori?!…. e allora mangia percependo che il suo nutrirsi o non nutrirsi è molto importante nelle sue relazioni, da ciò dipende la felicità della famiglia.

Nelle famiglie con figli obesi c’è spesso una difficoltà ad esprimere le emozioni, in modo particolare la rabbia e l’aggressività, salvo quella espressa attraverso la voracità alimentare. Difficile è gestire i conflitti interpersonali: la famiglia deve vivere in perfetta armonia ad ogni costo. L’evitamento dei conflitti e l’impossibilità di esprimere certe emozioni diventano un nodo cruciale e il cibo assume una valenza di gratificazione e riceve il compito di colmare dei vuoti o di sopprimere contenuti emotivi. Conosciamo bene quale significato il cibo assume nelle relazioni, nell’obesità come nell’anoressia e nella bulimia, ora non mi dilungherò su tale argomento, mi limiterò a considerare il fatto che il mangiare diventa un modo per cercare conforto e controllare le emozioni mantenendo così stabili nel sistema familiare tutte le dinamiche sopra descritte in virtù di una “perfetta armonia”.

Anche certi spot pubblicitari hanno un’importante influenza sulla relazione  che il bambino instaura con gli alimenti: il cibo è sempre associato al piacere, ai momenti di felicità e in alcuni casi viene proposto come soluzione a stati d’animo negativi.

Come intervenire per prevenire e curare l’obesità in età pediatrica?

Di fondamentale importanza nella prevenzione dell’obesità in età pediatrica è il ruolo svolto dalla famiglia. I genitori che vivono con i figli dovrebbero essere in grado di individuare un aumento eccessivo di peso del proprio piccolo, eppure non è sempre così scontato. A volte la voracità nel mangiare e l’eccessivo appetito vengono considerati segnali di benessere e di salute e si tende ad assecondare e stimolare tali comportamenti ( Selvini, Palazzoli et al, 1998).In molti bambini obesi la mancanza di controllo è testimoniata dalle loro modalità alimentari: mangiano voracemente, masticano poco e non mostrano, verso la fine del pasto, un rallentamento nell’introduzione del cibo. Perdita di controllo e ingestione di quantità sproporzionate di cibo non sono necessariamente correlate.

La prevenzione inizia quindi in famiglia con la consapevolezza di tutte le conseguenze a cui si arriva quando ci sono cattive abitudini alimentari, intese in tutte le possibili sfumature, e una mancanza di attività fisica.I momenti del pasto sono preziosi e vanno consumati in armonia, curando non solo la nutrizione fisica ma anche quella emotiva.

Il trattamento più idoneo alla cura dell’obesità pediatrica prevede sicuramente un intervento multidisciplinare e non solo la dieta fornita da un medico, occorre un intervento che sia di aiuto e supporto alla famiglia nell’aria psico – sociale ed educativa.

Ricordo ai lettori che questo articolo non è esaustivo rispetto all’enorme problema dell’obesità infantile, né è da considerarsi completo per quanto riguarda le dinamiche relazionali sottostanti il problema alimentare, l’intento è di fornire alcune informazioni e alcuni spunti di riflessioni.

 

Dott.ssa Valeria Lucesoli

Psicologa Ancona specializzata in Psicoterapia ad orientamento sistemico relazionale - Dott.ssa Valeria Lucesoli.