IL TEMPO SOSPESO DELL’ANORESSIA

Nonostante l’anoressia sembri essere un fenomeno del tutto recente, in realtà ha una storia molto antica. Bell, nel “La Santa Anoressia” (1987), identifica modelli specifici di comportamento anoressico 400 anni prima che fossero descritti per la prima volta nelle diagnosi mediche. Il primo caso di anoressia descritto nella storia della medicina, si deve a Simone Portio che nel 1549 riportò la storia di una ragazza che visse due anni senza alimentarsi.

L’eziologia dei disturbi alimentari è di tipo multifattoriale;  Onnis (2004) afferma che non si può parlare di anoressia senza prendere in considerazione almeno tre componenti che ne influenzano la comparsa: l’aspetto socio culturale, le difficoltà psicologiche dell’individuo, le caratteristiche del sistema familiare di cui la persona con sintomo anoressico fa parte, le sue dinamiche relazionali, la sua storia.

I criteri diagnostici per l’anoressia nervosa, secondo il DSM IV (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) sono:

A. Rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra o al peso minimo normale per l’età e la statura (per es. perdita di peso che porta a mantenere il peso corporeo al di sotto dell’85% rispetto a quanto previsto, oppure incapacità di raggiungere il peso previsto durante il periodo della crescita in altezza, con la conseguenza che il peso rimane al di sotto dell’85% rispetto a quanto previsto).

B. Intensa paura di acquistare peso o di diventare grassi, anche quando si è sottopeso.

C. Alterazione del modo in cui il soggetto vive il peso o la forma del corpo, o eccessiva influenza del peso e della forma del corpo sui livelli di autostima, o rifiuto di ammettere la gravità della attuale condizione di sottopeso.

D. Nelle femmine dopo il menarca, amenorrea, cioè assenza di almeno 3 cicli mestruali consecutivi. (Una donna viene considerata amenorroica se i suoi cicli si manifestano solo a seguito di somministrazione di ormoni, per es. estrogeni.)

Può essere con o senza abbuffate o condotte di eliminazione (per es. vomito autoindotto, uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi):

  • Con Restrizioni:  nell’episodio attuale di Anoressia Nervosa il soggetto non ha presentato regolarmente abbuffate o condotte di eliminazione (per es. vomito autoindotto, uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi).
  • Con Abbuffate/Condotte di Eliminazione:  nell’episodio attuale di Anoressia Nervosa il soggetto ha presentato regolarmente abbuffate o condotte di eliminazione (per es. vomito autoindotto, uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi).

Gli studi di psichiatria transculturale evidenziano che la diffusione dell’anoressia è direttamente proporzionale al benessere economico raggiunto dal  paese, e più in generale, dall’imporsi dei modelli e degli standard di vita delle società occidentali avanzate.

Un bambino, sin dalla nascita, conosce il mondo “con” e “attraverso” la bocca: il mangiare diventa un’esperienza relazionale e affettiva di enorme importanza. Le modalità più o meno affettuose con il quale il cibo viene offerto, possono essere vissute come gradevoli o sgradevoli: il cibo verrà allora considerato come un oggetto che dovrà essere investito del significato di buono o cattivo in relazione al modo in cui viene offerto (Klein, 1969). Ogni volta che mangiamo investiamo l’alimento di significato: la condivisione del cibo segna l’appartenenza, l’affetto e l’identità familiare. Il cibo può quindi rappresentare un  vero e proprio canale di ribellione. L’anoressia, nelle adolescenti, rappresenta un tentativo estremo di ribellarsi al potere genitoriale ed esercitare l’autonomia tramite il rifiuto del cibo, ma anche attuare “uno sciopero della fame” che rinvia a temi affettivi e relazionali, legati ad elementi storici e mitici del gruppo familiare.  M. Selvini Palazzoli ed altri (1998), in uno studio relativo ai disturbi alimentari, sintetizzano quattro fattori socioculturali che influenzano l’insorgere del comportamento anoressico:

1)    Il cibo è abbondante e a profusione di tutti

2)    L’essere magri è sinonimo di bellezza: la nostra cultura spinge le ragazze e i ragazzi a preoccuparsi del corpo come immagine che deve avere determinate caratteristiche.

3)    Il benessere dei figli è un imperativo centrale nella famiglia e questo comporta a volte un’ iperprotezione, un ipercoinvolgimento e un invischiamento nei confronti dei figli.

4)    La dipendenza dei figli dai genitori viene enormemente dilazionata rispetto al ciclo vitale: questo comporta un dilazionamento nel tempo del loro responsabilizzarsi, quindi un sempre maggiore prendersi cura dei figli da parte dei loro genitori. I figli sembrano non crescere mai e il tempo fermarsi.

Molti autori parlano di “anoressie” al plurale, notando che non esiste un solo comportamento anoressico, ma che è possibile distinguerne diversi tipi, prendendo in considerazione le dinamiche interpersonali. M. Selvini Palazzoli e altri (1998), nell’ambito della prospettiva sistemica, hanno sentito la necessità di interrogarsi maggiormente sui significati della sofferenza delle persone con anoressia e bulimia, arrivando a delineare quattro tipi di “personalità anoressiche”, che necessitano quindi di terapie diverse per essere curate. Non è mia intenzione inoltrarmi negli aspetti tecnici relativi alle dinamiche e alle personalità anoressiche, in quanto non adatti all’intento informativo dell’articolo, quello su cui vorrei invece porre l’attenzione riguarda le famiglie anoressiche. Minunchin (1980) ha delineato quattro modelli di interazione familiare disfunzionali nelle famiglie con problemi anoressici:

1)    L’invischiamento: consiste nella tendenza dei membri della famiglia a manifestare intrusioni nei pensieri, nelle emozioni e nelle azioni altrui. C’è una grande labilità dei confini tra i membri e i sottosistemi generazionali con la conseguente confusione delle funzioni e dei ruoli. L’autonomia e gli spazi personali sono quasi inesistenti. Questo tipo di struttura familiare limita e talvolta rende del tutto impossibile lo sviluppo dei processi di autonomia e di individuazione.

2)    L’iperprotettività: consiste nella preoccupazione eccessiva e nell’interesse eccessivo che membri della famiglia manifestano nei confronti degli altri.

3)    L’evitamento del conflitto: si manifesta nella tendenza comune dei membri a cooperare mettendo in atto meccanismi di evitamento per nascondere ogni tipo di conflittualità e di disaccordo in modo che non possa esplodere mai apertamente. Sul piano individuale, l’evitamento del conflitto genera un rallentamento o un ulteriore ostacolo nel processo di individuazione e quindi di crescita.

4)    La rigidità: consiste nella ripetizione stereotipata delle regole di relazione, nella difficoltà di accettare ogni tipo di cambiamento anche se sarebbe necessario nei passaggi di fase del ciclo vitale, nella tutela di un equilibrio che non reggerebbe alcun tipo di cambiamento. Nelle famiglie anoressiche la rigidità si esprime specificatamente nell’immagine stereotipata che tendono a dare di sé: l’immagine di famiglie molto unite e armoniose in cui non esistono problemi eccetto il disturbo anoressico di un componente, che attraverso i sintomi richiama tutta la famiglia su di sé e sul suo problema.

Spesso nelle famiglie con modelli disfunzionali rigidi o dove si evita il conflitto, è generalmente presente una parziale o totale inibizione dell’espressione emozionale, un’incapacità di verbalizzare le proprie emozioni.

Le dinamiche familiari, inconsapevolmente, sostengono il sintomo anoressico, è stato delineato un modello che descrive dettagliatamente le dinamiche familiari e gli stadi attraverso cui l’anoressia si sviluppa. Non ci addentreremo nello specifico di tali dinamiche, in quanto troppo tecniche e poco adatte a questo elaborato.

Nell’ottica sistemica, il sintomo anoressico rappresenta quindi il tentativo di ritagliare una sfera di autonomia intorno alla gestione del cibo; un’esigenza di differenzazione da un corpo familiare che sembra totalmente unitario, espressa attraverso il rifiuto o l’espulsione del cibo; una protesta violenta e provocatoria, attraverso lo sciopero della fame, per affermare un’identità che non da sfogo al conflitto; una richiesta tacita e ambivalente che esprime da un lato il bisogno di crescita e di differenzazione, dall’altro la paura di crescere, legata ai problemi di svincolo. Onnis (2004) descrive la difficoltà di crescita utilizzando la metafora del “tempo sospeso”. Nella sospensione del tempo di crescita, i vissuti delle persone con disturbi alimentari esprimono una volontà determinata, anche se illusoria, di risolvere l’ambivalenza tra il desiderio di individuazione e la paura o la difficoltà di assumere un’identità matura. Il tempo si ferma non solo per la persona che manifesta il sintomo anoressico, ma per tutta la famiglia che può, in questo modo, rimanere sempre fedele al mito di unità e perfetta armonia ereditato a livello transgenerazionale, in cui ogni processo di autonomia e individuazione evoca angoscia.

L’anoressia, così come i disturbi alimentari in generale, sono stati da sempre per lo più  associati a un disturbo prettamente femminile, ma è evidente un aumento delle difficoltà alimentari anche nella popolazione maschile.

Dott.ssa Valeria Lucesoli

Psicologa Ancona specializzata in Psicoterapia ad orientamento sistemico relazionale - Dott.ssa Valeria Lucesoli.